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Chiara

Amo le parole e il colore rosa (ma anche le melanzane alla parmigiana). Qui si possono trovare altre cosine che adoro. 🌳 Bergamo

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Ho finalmente partorito la recensioncina di Persone normali, libro finito un mesetto fa, amato e odiato (il problema non è lo scrivere un commento ma lo scattare una foto passabile). Vi risparmio la trama, che è molto semplice, oltre che facilmente reperibile e parto subito coi punti deboli di questo romanzo... Trovo che sia estremamente simile a Conversazioni tra amici, forse poiché ho letto in poco tutti e due. In entrambi abbiamo una protagonista femminile emancipata ma distrutta, alle prese con la post-modernità e con legami familiari infelici, che incontra un "principe" che la influenza tanto, ma non sa cambiarla né salvarla. La Rooney, poi, tende a costruire sì dei dialoghi naturali ma troppo, forse, intellettuali: si discute sempre di comunismo e identità post-coloniale, anche a scapito, a mio avviso, della verosomiglianza (ammetto però di non conoscere cosa si dica negli ambienti colti di Dublino). Comunque, è un must read: toccante in primo luogo, colmo di riferimenti intelligenti e acuto. Abbatte ogni stereotipo: il maschio non è spaccone, sente il disagio del vivere come il suo corrispondente femminile, è popolare ma sa rinunciare a questo vantaggio a favore dei propri valori e la depressione è affrontata in modo crudo e sincero, come la tossicità di alcune relazioni, in primis con il proprio io. Non è una prosa eccelsa, ma è adatta a cosa tratta; le vicende sono NORMALI, bensì straordinaria è la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di autentico e necessario, a un vento che non può smettere di soffiare, che è ciò che lega Connel e Marianne.

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La cosa che ho più voglia di fare in questo momento è partire. Per cui, da grande masochista, ho passato in rassegna le foto che ho scattato a Londra lo scorso anno e quelle che vedete sono tra le migliori. 🏛 Ma sono qui soprattutto per spillare consiglini, ecco quindi le scoperte più belle: • Ammirare la Great Court della Regina Elisabetta II, che ha le dimensioni di una piazza, al centro del British Museum (anche se non apprezzate le millemila testimonianze egizie nel museo); • Il Victoria and Albert Museum, situato nella mia zona prefe: quella di South Kensington. Ospita più di 4 milioni di oggetti, ha una sezione di goielleria magnifica e una stanza dedicata a Raffaello. Serve altro? • Il Tate Modern, in zona Bankside, giovane e da girare pigramente. Ha esposizioni temporanee e non, accumunate dall'attualità delle opere presenti. Non vi parlo nemmeno dello shop al suo interno: sono diventata povera; • Sabato mattina (giorno dei mercatini) a Notting Hill: shopping di pezzi vintage o di cibo per tutti i palati, fotine alle case color pastello, visita alla libreria del film con Julia Roberts e Hugh Grant e Kyoto Garden, se amate il Giappone o se non ci potrete mai andare; • I Queen Mary's Gardens, zona Regent's Park. Curatissimi e tranquilli, ci si arriva a piedi comodamente da Camden Town, passando per Primrose Hill: tutto da vedere, insomma; • Andare in negozi strani e provare cose ancora più strane nella decoratissima China Town. 🥟 Se avete altri tips su Londra (io ne avrei ancora duemila ma cerco di contenermi), scrivete pure tutto nei commenti! 🎀 at London, United Kingdom

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Filosofia di vita.

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Una delle mie fissazioni: i biscotti della fortuna (che poi, forse, tanta fortuna non portano). Per i più curiosi, su questo bigliettino, ho trovato scritto: "Complimenti, trovate sempre gli argomenti giusti.". 🌸

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Il balcone, Eugenio Montale Le quattro sezioni in cui la raccolta Le occasioni è ripartita sono precedute da un testo incipitario intitolato Il balcone (come una famosa poesia dei Fiori del male di Charles Baudelaire).

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I miei libri sono (quasi) sempre accompagnati da cibo, lo ammetto. Comunque, amo questa collana della @penguinukbooks: ha volumini che trattano gli argomenti più disparati e costano pochissimo, spesso consistono in una raccolta di citazioni brillanti. Oltre a questo su Warhol, ne segnalo anche uno irriverente sulla New York del '79 di Kathy Acker e un altro sulle riflessioni di Orwell sul nazionalismo.

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Buon pomeriggio!! 🎀 Il mio hype per la fw che inizia martedì 17 è massimo, lo placo un po' (ri)guardandomi le sfilate milanesi dell'anno scorso, come quella di Luisa Beccaria da cui arriva questo abito pastello per la primavera-estate 2019, tutto fiocchi e linee morbide. Vi lascio anche il link ad un articolino interessante poiché indica tutti gli eventi gratuiti della settimana della moda milanese nei commenti...

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Libri storti ma pazzeschi (eh sì, ultimamente sto facendo solo belle letture). 💣 Oggi vi parlo di Parlarne tra amici, romanzo d'esordio di Sally Rooney, classe '91 e autrice di Persone normali (che è nell'infinita lista di libri che voglio divorare prossimamente), chiacchieratissimo. È un'opera che dimostra un'incredibile profondità nella psicologia dei suoi 4 personaggi principali, che non si possono non amare e odiare, insieme. Rivela anche una scrittura moderna, un'acuta attenzione ai cambiamenti sociali e a temi come: femminismo, body positive, crisi d'identità, politica e amore, un "amore bugiardo", ma anche necessario e senza etichette. La trama è semplice: ci sono due coppie, una di adulti e l'altra di giovani donne un po' bohémienne, le cui vite si intrecciano per caso e per scelta, distruggendo rapporti e costruendone altri, in una Dublino particolareggiata e odierna. Ciò che conta non è tanto quello che succede, bensì cosa provano i protagonisti, cosa confessano e cosa nascondono. Tutto è descritto con talmente tanta cura che è frequente in chi legge frustrazione per le vicende, amaro in bocca. La prosa è facile, parecchi non apprezzano questo lato della Rooney, che pare renderla "acerba", per me è invece solo fresca e realista, perché vicina a cosa racconta, senza mai scadere nel banale. Il finale è aperto, aperto come le menti complicate di Frances, Bobbi, Nick e Melissa e lascia al lettore scegliere la strada che preferirebbe prendesse la storia.

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Buongiorno (o buon pomeriggio?)! 💖 Qui potete trovare tre tra le mie cose predilette: i pancakes, il tè e "I Formidabili Frank" di Michael Frank, il quale, oltre a essere l'autore del memoir, ne è anche il protagonista e il narratore, dotato della magnifica capacità di mettere a nudo chiunque gli stia attorno, anche se stesso, "origliando" (azione addirittura titolo dell'introduzione), osservando e scandagliando, passivamente, spesso. Il libro è il ritratto di una famiglia stravagante, che si può riassumere, citando una delle sue prime pagine, così: "Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello. La coppia piu anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.". Ciò che, però, viene tralasciato in questa riduttiva descrizione è che la coppia più vecchia è eccentrica, morbosa, magnetica e che, quella più giovane, non è favorevole a questo strano prestito, che per altro avviene con solo uno dei tre bambini: il nostro Michael-Mike-tesoruccio. Egli è infatti scelto dagli zii, sceneggiatori hollywoodiani sia nel lavoro che nella gestione teatrale della vita privata, che lo iniziano alla lettura, all'arte e alla bellezza ("Crea bellezza tutte le volte che puoi."), scorgendo in lui un talento, in realtà plasmandolo a loro piacimento con una mentalità sì grandiosa, ma anche dogmatica e disturbata. Frank, nella sua spietata disamina della sua intrecciata famiglia, troppo legata, troppo mediocre a volte e troppo particolare altre, troppo tutto, racconta questo, si sofferma sulla sua infanzia incredibile, sui luoghi che lo hanno formato e sulle parole -tante parole- che gli sono state inculcate. Ma tratta anche della sua crescita, dei suoi ostacoli nell'adolescenza e nella maturità causati dalla filosofia del "More is more!" della "zia Mame". Michael dice tutto in questo libro, che può essere definito di crescita e che è anche un viaggio, e un po' crescerete e viaggerete anche voi, leggendolo.

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Queste carte belline si chiamano Art Oracles: sono 50 e, ognuna, raffigura in modo stilizzato un grande artista, il quale dà differenti suggerimenti in merito a vita, lavoro e motivazione, proprio come un oracolo. Si passa dal conosciutissimo Van Gogh a Diane Arbus e Yayoi Kusama, più di nicchia; sono perfette, dunque, anche per conoscere nuovi personaggi, pescando a caso nel mazzo. Il "consiglio" che, finora, mi ha colpita maggiormente? Questo ispirato a Buckminster Fuller: "Great heights are best seen from your lowest point."!

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Scatto bellino che mi riporta alla primavera e mi ricorda quanto sia instagrammabile (e che getta le basi per un po' di rosa nel mio feed, che non guasta mai).

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L'"Olympia" di Éduard Manet, datata 1863 e ubicata nel magico Musée d'Orsay, paradiso dell'Impressionismo, è una delle tele più chiacchierate di sempre. Ma andiamo a vedere come mai... Prima di tutto, il soggetto principale è una donna, completamente nuda e provocante. Si tratta, quasi sicuramente, di Victorine Meurent, già collaboratrice dell'artista avendo posato per "Colazione sull'erba" (1862-1863). La protagonista ha, inoltre, molti legami con la prostituzione: gli orecchini di perle, il particolare braccialetto e l'orchidea tra i capelli, così come il nastro nero attorno al collo (presente anche nella ragazza ne "Il bar delle Folies-Bergère") e il fatto che, Olympia, sia uno pseudonimo diffuso tra le prostitute dell'Ottocento. Poi, fa discutere la dissacrante reinterpretazione della storia dell'arte attuata dall'artista: ha preso un quadro come la "Venere di Urbino" del collega Tiziano e l'ha capovolto. Infatti, in quest'ultimo, la donna è rispettabile, seppur seducente; ciò è confermato anche dal cane presente, simbolo di fedeltà, che contrasta col gatto nero di Olympia, segno di indipendenza. In aggiunta, i fiori che la servitrice tiene tra le mani nel primo dipinto, sono probabilmente un dono di qualche cliente, che, la nostra figura di spicco, ignora, pronta a concedersi al prossimo, invece. Non solo: Manet 'prende in giro' la tradizione pure per la dimensione notevole della tela, prima usata solo per quadri mitologici o religiosi. Nonostante l'ostilità dell'opinione pubblica, un po' bigotta, riceve l'incoraggiamento di autori come Zola e Baudelaire, i quali ritengono abbia ritratto una realtà del mondo urbano parigino.

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Eccomi con uno spillthespritz un po' improvvisato!! Giuro solennemente di non dilungarmi troppo, come sono invece solita fare quando qualcosa mi esalta (ma, in fondo, si sa: le promesse sono fatte per non essere mantenute). Cosa abbiamo in queste foto? Esempi di cosa abbia rivoluzionato la moda "made in Italy" e, più in generale, la concezione del fashion che è passato da lusso per pochi che discrimina per definizione (si pensi alla figura del sarto come creatore e personaggio mondano che inizia da metà '800 come Charles Worth) a mezzo (quasi) democratico per esprimersi. In ordine si può osservare un completo Giorgio Armani A/I 1993-94 molto maschile, vicino alla "nuova" figura della donna (ancora una volta, quasi) libera post rivoluzione femminista; un dissacrante Moschino A/I 1985-86; due esempi della rilettura di forme consolidate con materiali però tecnici e pratici da parte di Prada negli anni '90 e la nota t-shirt con i cherubini vittoriani di Elio Fiorucci, venduta in milioni di copie. Interessante come ci siano tutt'oggi continue rivisitazioni di questi capi: dalla t-shirt Fiorucci adesso anche cropped e indossata dalle celebs, al bucket cap di Prada fucsia, ma ancora in Tela Tecnica (ora, per l'esattezza, Tela Tecnica Pro). Quasi tutte le immagini sono prese dalla mostra "Italiana. L'Italia vista dalla moda 1971-2001" dello scorso anno. Okay, non ho decisamente mantenuto il proposito di essere concisa, ma spero di avervi interessato quanto lo sono io e... al prossimo Spritz!

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The Picture of Dorian Gray - The Preface (o quella che ci è stata nella foto 🤷🏻‍♀), Oscar Wilde.

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